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Scarpe da Trekking | Guida a come sceglierle

trekking

Ci siamo. Avete letto qualche articolo sui benefici del trekking e vi siete decisi a unirvi a un gruppo di escursionisti o a qualche vostro amico che ogni settimana posta sui social delle magnifiche foto delle sue gite in montagna. Una volta individuata una escursione adatta al vostro grado di allenamento, una delle prime domande che vi verranno poste sarà per certo la seguente: “Hai delle scarpe da trekking adatte?”

Bene. Ovviamente se non avete avuto modo di fare una vostra personale esperienza nel campo, il termine “adatte” riferito agli scarponi da montagna vi suonerà piuttosto vago.

Vi verrà allora spontaneo cercare aiuto su internet. Scandaglierete blog e forum alla ricerca di informazioni e recensioni. Una bella impresa che contribuirà ad aumentare la confusione di partenza.

Abbiamo pensato allora di fornirvi una soluzione meno stressante e, ci auguriamo, più efficace. Di seguito troverete una serie indicazioni pratiche per orientarsi nella scelta della “scarpa da montagna giusta”.

Quanti tipi di scarpe da montagna esistono?

Apriamo una piccola parentesi prima di intraprendere il percorso che ci porterà a scegliere la scarpa adatta per le vostre escursioni. Quando si parla di “scarpe da montagna” si fa riferimento a un mondo. Ad ogni attività che si possa svolgere in quota si associano infatti delle calzature (scarpe, scarponi, scarpette) studiate ad hoc per garantire i migliori comfort e prestazioni. Al di là del trekking, su cui ci soffermeremo a breve, ci sono ad esempio l’alpinismo (su roccia o su neve), l’arrampicata, il trail o lo skyrunning. Non mancheranno articoli in cui vi aiuteremo a scegliere la calzatura idonea ad ognuna di tali attività ma oggi è tempo di trekking! Pronti, partenza, via!

Cosa è il trekking?

Il termine “trekking” viene utilizzato generalmente come sinonimo di camminata in montagna. Si tratta di uno dei numerosi inglesismi entrati nella quotidianità del mondo montagna. Ma in realtà, andando più nel dettaglio, con l’aiuto dell’infallibile enciclopedia Treccani, scopriamo che il termine sia di origini olandesi. Trekking deriva infatti da trekken, “tirare”, più propriamente traducibile con “viaggio su un carro tirato da buoi o su altro mezzo disagevole.

“Trekking” è oggi utilizzato per indicare viaggi o spostamenti a piedi, anche di più giorni, in massima parte su sentieri o carovaniere, in zone per lo più montuose e non servite da altre vie di comunicazione e si può distinguere in:

  1. Trekking di bassa quota, in cui non si superano di regola i 3000 m con traversata di monti facili e passaggio in regioni abbastanza popolate.
  2. Trekking di altitudine, in cui ci si avvicina ai grandi complessi montuosi, spostandosi con la tenda.
  3. Trekking d’alta montagna, in cui si hanno da superare difficoltà di tipo nettamente alpinistico.

Anche se il tipo di trekking cui state per approcciarvi rientra nella categoria 1, non si tratta di una attività da sottovalutare. Così come da non sottovalutare è la scelta della calzatura che vi accompagnerà. La scelta di una scarpa da montagna sbagliata, come ad esempio troppo pesante d’estate o non ben impermeabile su neve, può trasformare infatti una gita in montagna in una vera tortura. E darvi l’impressione che si tratti di una attività troppo dura, facendovi ben presto perdere la voglia di riprovarci. Condizione che vorremmo assolutamente escludere!

Concentriamoci allora nel passare in rassegna gli aspetti più importanti da tenere in considerazione per non sbagliare acquisto.

Scarpe alte o basse?

Sicuramente il primo dubbio da risolvere sarà se indirizzarsi verso un modello basso o uno alto che copra la caviglia. Qui gli appassionati si dividono in due fazioni: gli integralisti dello scarpone alto e quelli che invece per comodità preferiscono le scarpe basse.

Di sicuro le scarpe basse risultano più comode, leggere e in estate si rivelano più traspiranti, una gioia per piedi e caviglie! Ok, possiamo definirle perfette e andare avanti? La risposta è no. Dopo i pro, vediamo i contro.

Se si prevede di affrontare itinerari con presenza di neve o corsi di acqua da guardare, la scarpa bassa non risulta certamente idonea. A meno di non voler finire con i calzini inzuppati e i piedi gelati. Se si prevede la necessità di mettere dei ramponi, a maggior ragione sarà bene orientarsi su modelli alti a caviglia (ci torneremo più avanti).

In sintesi, scarpe basse ok se il sentiero che si prevede di affrontare è sterrato, anche con tratti di roccia nessun problema. Attenzione a non confondere però le scarpe basse da trekking con le scarpe da ginnastica!

Tomaia

La tomaia, la parte superiore che parte dalla suola e fascia il collo del piede, può essere realizzata con diversi materiali e tecniche. Parlando di scarpe da montagna i materiali più usati possono essere:

  • naturali, come ad esempio il cuoio o la pelle (un po’ in disuso)
  • sintetici o tecnici, impermeabili e traspiranti come il Gore-tex ® OutDry™ o simili.

La pelle è un materiale naturale che può essere impermeabilizzato attraverso appositi trattamenti, mentre il Gore-Tex o assimilabili garantiscono sia impermeabilità che traspirabilità.

Molti produttori offrono modelli sia in versione standard che in Gore-Tex (di solito indicato con la sigla GTX). Solitamente quest’ultima versione è un po’ più cara ma se non siete certi di quali condizioni incontrerete (erba bagnata per esempio dopo un giorno di pioggia, attraversamento di corsi d’acqua, piccoli nevai etc.) vi consigliamo di orientarvi verso scarpe realizzate con tessuti sintetici. O almeno che garantiscano l’impermeabilità

Suola

La suola rappresenta forse la parte più importante di una scarpa da montagna. Per garantire sicurezza deve essere realizzata con materiale antiscivolo, resistente, in modo che la scarpa viva a lungo e non si rovini soprattutto a contatto con la roccia. Può capitare di imbattersi in suole sbagliate lungo i sentieri, abbandonate (non fatelo mai!) da qualche escursionista che probabilmente sarà ridisceso scalzo.

Se contate di usarle speso tra sassi e rocce vi sconsigliamo le suole in gomma normale, anche se dotate di tacchetti. Si tratta infatti di modelli perfetti per il trail o gli sterrati, la cui emivita si riduce drasticamente se esposti a contatto con materiali più duri del terreno, come la roccia. Un esempio per tutte è dato dalle famose Salomon Speedcross: ottime sullo sterrato, si rovinano in fretta su percorsi rocciosi.

Tra le principali suole per scarpe da montagna segnaliamo:

Vibram. Suola prodotta dalla omonima storica azienda di Varese il cui nome è indissolubilmente legato alle scarpe da montagna, dal trekking all’alpinismo. Deve il suo nome al fondatore Vitale Bramani ideatore delle famose suole a “carrarmato”. Ne esistono vari tipi a secondo dell’attività a cui la scarpa è dedicata.  Le scarpe con questo tipo di suola costano di norma un po’ di più ma sono una garanzia dal punto di vista delle performance e della durata.

Contagrip. Suola realizzata direttamente in casa Salomon, colosso francese dell’outdoor, presente in tutti i loro modelli, creata a partire da una mescola di gomme che garantiscono tenuta e durevolezza.

Michelin. Vista la crescita nelle vendite delle calzature outdoor alcune marche di pneumatici che detengono brevetti per mescole di gomme, hanno iniziato collaborazioni con i big del settore montagna. È il caso della Michelin che dal 2017 collabora con Aki, Millet e Salewa.

Continental. Lo stesso vale per lo storico marchio Continental che collabora con Adidas per lo sviluppo delle calzature Terrex, linea dedicata agli sport outdoor.

Soletta e intersuola 

La soletta è la parte non visibile tra suola e intersuola, che ricalca la forma del piede. L’intersuola si posiziona tra suola e tomaia. Entrambe assolvono al ruono di assorbire gli urti e proteggere il piede nelle varie sollecitazioni cui si è esposti durante una camminata in montagna. La soletta è bene che sia ortopedica, in grado di sostenere l’intero arco plantare e alzare leggermente il tallone. Nonché dotata di cuscinetti per assorbire le pressioni. Le solette sono elementi removibili e sostituibili.

L’intersuola può essere realizzata in EVA (etilene vinil acetato) o PU (poliuretano). Entrambi i materiali sono schiume ma differiscono notevolmente nelle caratteristiche. La intersuola in EVA è generalmente più leggera e flessibile, nonché meno costosa. Lo svantaggio è rappresentato dal fatto che a lungo termine perda le sue proprietà, dunque l’ammortizzazione diventa sempre meno efficiente. L’intersuola in PU presenta maggiore durata ma è anche più costosa.  

Semplici, semiramponabili o ramponabili?

Modello ramponabile – Aku

Facevamo prima cenno alla eventualità di indossare ramponi. Cerchiamo di comprendere cosa significhi “scarpone ramponabile” e come orientarci nella scelta.

In linea di principio, considerando l’esistenza dei ramponi universali, ogni scarpone potrebbe essere considerato ramponabile. In alcuni casi è però bene affidarsi a sistemi più sicuri e stabili. Il rampone universale tende infatti ad avere un po’ di gioco sia sul tallone che sulla punta. A seconda degli itinerari che ci prefiggiamo di affrontare, avere una camminata stabile e un rampone che resti al suo post potrebbe rivelarsi fondamentale.

Immaginiamo allora di abbandonare il trekking base, su sterrato o neve (in quest’ultimo caso rimandiamo al nostro articolo sulle ciaspole, che potrebbero tornare utili), per cimentarci nell’attraversamento di un ghiacciaio. In questo caso il nostro consiglio è di scegliere scarponi semiramponabili (detti anche semiautomatici, con aggancio per i ramponi solo sul tallone) o ramponabili (detti anche automatici, dotati sia sul tacco che sulla punta di scanalature per agganciare i ramponi). In caso di salite su ghiaccio abbastanza tecniche, come le cascate, il consiglio va diretto a modelli ramponabili.

I migliori brand sulla piazza

Di seguito vi indichiamo 10 tra i brand più noti e affidabili nel campo delle scarpe da montagna, che offrono anche servizio di shop online:

Costo medio delle scarpe da montagna

Il range di prezzo delle scarpe da montagna varia decisamente parecchio. Da un minimo di 30/40€ (anche di meno) ad oltre 200€. Vi consigliamo di non scendere al di sotto dei 50€.

Altri utili suggerimenti (tra amici)

  • La scarpa da montagna deve essere innanzitutto COMODA. Provatene varie, non compratela in un giorno, non fatevi forzare la mano del negoziante che vi vuole vendere l’ultimo modello. L’uomo va in montagna dalla notte dei tempi e sicuramente non ha aspettato l’ultimo modello approdato sul mercato per poterlo fare. Sceglietela in base alla forma del vostro piede, pianta larga e tallone pronunciato (vi spieghiamo al punto successivo perché). Tenetele un po’ indosso già in negozio in fase di prova, anche se la vera esperienza ve la farete macinando chilometri in montagna. Prima iniziate e meglio è!
  • Considerate che in discesa il piede tende a fare pressione verso la punta, quindi scegliete modelli non troppo stretti. Allo stesso modo prediligete modelli non troppo stretti neanche sul tallone. La regola empirica dice che calzandole e stringendole bene deve comunque passare un dito tra il vostro tallone e la parte posteriore della scarpa.

Conclusioni

Vi abbiamo confusi o siamo riusciti nell’intento di aiutarvi nella scelta della scarpa idonea alle vostre esigenze? Cerchiamo di fare un piccolo riassunto finale.

  1. Per sentieri sterrati con piccoli tratti rocciosi vanno bene anche scarpe basse. Se prevedete dei tratti con erba bagnata o corsi d’acqua importante è che siano impermeabili.
  2. Se avete intenzione di cimentarvi in attività alpinistiche con presenza di nevai o ghiacciai necessariamente orientatevi su scarpe alte da montagna, impermeabili, semiramponabili o ramponabili.
  3. La suola deve sempre essere antiscivolo e resistente all’abrasione.
  4. D’estate evitate scarponi troppo pesanti o poco traspiranti. Se il piede resta asciutto vi ringrazierà.
  5. Non fatevi appioppare l’ultimo modello di scarpone da alpinismo superwow se dovete solo andare a camminare su un sentiero.
  6. Al contempo evitate le scarpe da ginnastica anche se dovete solo andare a camminare su un sentiero.

In conclusione, con la scarpa giusta una giornata in montagna sarà veramente piacevole! Ci si vede in cima!

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Canyoning | i 10 itinerari più belli d’Italia

Magari ti sei fatto convincere da un tuo amico a fare canyoning e ti è piaciuto così tanto che sei pronto a rituffarti?
Bene! In questo articolo ti consigliamo 10 itinerari che sono da considerarsi tra i 10 canyon più belli d’Italia.

1. Piemonte. Orridi di Uriezzo

Punto di partenza per raggiungere gli Orridi di Uriezzo è Baceno (VCO). È qui che inizia il percorso che conduce in un vero paradiso del canyoning, tra cascate, strapiombi da vertigine e piscine naturali. Detti anche “il gran canyon del Piemonte”, gli Orridi di Uriezzo, una serie di gole scavate nel granito da torrenti che in passato scorrevano a valle del Ghiacciaio del Toce, risultano particolarmente suggestivi per la presenza delle cosiddette Marmitte dei Giganti, scavate dalla poderosa azione dell’acqua attraverso la roccia. La scarsa luminosità, la molta umidità e le pareti lisce e levigate hanno permesso lo sviluppo di un complesso ecosistema, ricco di muschi e felci.

Gli Orridi che oggi è possibile visitare sono tre: l’Orrido Sud, da molti considerato come il più bello e spettacolare, lungo circa 200 metri e profondo da 20 a 30; l’Orrido Nord-Est, molto stretto in alcuni punti, lungo circa la metà del primo e profondo 10 metri; l’Orrido Ovest, meno caratteristico degli altri due ed indicato per i più esperti, localizzato a lato della mulattiera che da Uriezzo sale verso la strada statale tra Baceno e Premia. Esiste un quarto orrido, denominato di Vallaccia, che si trova sotto la Chiesa di Baceno ma è di difficile accesso e termina con un salto sul torrente Devero.

2. Lombardia. Torrente Cormor, Valmalenco

Foto del consorzio turistico Sondrio e Valmalenco

Il canyon scavato dal torrente Cormor, in Valmalenco, è davvero unico nelle Alpi. Nel corso dei millenni il torrente, ora sbarrato dai bacini artificiali di Campo Moro e Gera, ha inciso profondamente il proprio letto nella tipica roccia verde della Valmalenco: la serpentinite. In un secondo momento, una grande paleofrana invaso estesi tratti dell’alveo, finendo per seppellirlo completamente.

Foto di Massimo Loriato

Così il corso d’acqua ha eroso lentamente e costantemente la roccia per ritrovare la luce. Creando al contempo un incredibile sistema di cunicoli sotterranei. Buona parte del canyon viene affrontata interamente al buio. I giochi di luce e colore sono spettacolari.

3. Friuli Venezia Giulia. Orrido di Pradis 

Nel Comune di Clauzetto (PZ), raggiungibile in un’ora d’auto da Pordenone o Udine, si nasconde l’Orrido di Pradis. Un canyon che si sviluppa nel cuore delle Prealpi carniche, in ambiente carsico, con centinaia di cavità, cascate e archi naturali. Numerose le grotte che nel tempo hanno restituito tracce del passaggio dell’uomo preistorico. Da non perdere le Grotte Verdi, attrazione turistica fin dal 1965; la Grotta del Clusantin, riparo dei cacciatori di marmotte paleolitici; e la Grotta del Rio Secco, gioiello archeologico ancora in fase di scavo che testimonia il passaggio nell’altopiano di Pradis degli ultimi cacciatori Neanderthal di orsi delle caverne.

4. Sardegna. Canyon Gorropu

Nel Supramonte, al centro della Sardegna, tra Barbagia e Ogliastra, si cela il Canyon Gorropu. Alto 500 metri, ha una larghezza che varia da 4 metri a qualche decina di metri ed è stato modellato dallo scorrere del rio Flumineddu. Si dice che sia il canyon più spettacolare d’Europa. Provare per credere. La traversata integrale delle gole non è adatta a tutti. Serve una buona esperienza di roccia e capacità di utilizzare l’attrezzatura alpinistica. Ci sono però anche itinerari più turistici. La particolarità del luogo ha generato leggende. Si narra ad esempio che dal punto più stretto della gola, dove le pareti verticali superano i 450 metri, sia possibile vedere le stelle in pieno giorno.

5. Sicilia. Gole dell’Alcantara

Il Fiume Alcantara ha creato in diversi tratti del suo percorso delle particolari forre laviche, conosciute localmente come gole, caratterizzate da pareti verticali strapiombanti. Le spettacolari quanto anguste Gole di contrada Larderia, meglio conosciute con il nome di Gole dell’Alcantara, presentano degli scenografici prismi basaltici, che si estendono per un tratto di circa 400 metri, stretto pochi metri e con pareti alte fino a 50 metri. Nel 2010 le Gole hanno ottenuto il riconoscimento europeo di Destinazione Europea di Eccellenza (EDEN).

6. Umbria. Forra del Casco

canyoning forra del casco
Canyoning forra del casco

La Forra del Casco, chiamata dai locali “Le Pisciarelle”, o anche ”Lu casco dell’acqua”, facendo riferimento alla cascata più alta della forra, si trova nei pressi di Ceselli, una piccolissima frazione di un Comune altrettanto piccolo che è Scheggino (PG), nella Valnerina. Si tratta di una forra in cui è costantemente presente acqua. Il percorso appare molto variegato, caratterizzato da 12 cascate, di cui la più alta misura 30 metri. Ricco inoltre di toboga e marmitte allagate. La prima cascata s’incontra a 200 metri dall’inizio del percorso, ed è alta 8 metri. In totale il percorso supera di poco il chilometro ma il divertimento è intenso.

7. Campania. Gola di Caccaviola

Gole di Caccaviola

La Gola di Caccaviola si trova tra i monti Civita di Cusano e Civita di Pietraroja, nel Parco Regionale del Matese, a 7 km da Cusano Mutri (BN). Fa parte di un trittico di canyon, le Gole del Tirteno, che il fiume da cui hanno preso il nome ha scavato nella roccia prevalentemente calcarea del Massiccio del Matese. Il percorso è piuttosto lungo e vario. Dopo una prima parte di avvicinamento si entra dentro l’alveo del fiume con una emozionante discesa da 30 metri sotto una scrosciante cascata. Si prosegue con una serie di tuffi inframezzata da una camminata in un suggestivo canyon stretto fra alte pareti. Dopo un caratteristico toboga da 20 metri da scendere in corda e un tuffo da 7 metri, la gola supera l’ultima strettoia e si allarga conducendo verso l’uscita.

8. Calabria. Gole del Raganello

Gole del Raganello

Le Gole del Raganello regalano uno tra gli scenari più belli del Parco Nazionale del Pollino. Dei suoi 32 chilometri di lunghezza, il Raganello ne percorre 13 tra profondissime gole, sovrastato a nord dalla Timpa di San Lorenzo e a sud dalla Timpa del Demanio. In alcuni punti le gole strapiombano anche per 700 metri. L’intero percorso del canyon è lungo 13 chilometri, con un dislivello di circa 500 metri, e può essere diviso in due tratti: Gole Alte del Raganello e Gole Basse del Raganello. Le prime, dette anche Gole di Barile, si trovano nel territorio di San Lorenzo Bellizzi tra la timpa di San Lorenzo e la timpa di Cassano/Porace. Le basse si trovano nel territorio del comune di Civita, procedendo dal Ponte del Diavolo al Pietraponte.

9. Lazio. Forra di Riancoli

Forra di Riancoli. Foto di Guglielmo di Camillo

La forra di Riancoli si trova nel Parco Regionale del Monte Navegna e Cervia, nel reatino, non distante dal paese di Collalto Sabino. Nel primo tratto il torrente appare come un tranquillo corso d’acqua che procede tra splendidi boschi. Avanzando lungo il suo percorso, le sponde basse lasciano il posto a quelle più ripide e scoscese proprie dei canyon.

Foto di Guglielmo di Camillo

C’è da divertirsi tra tuffi e toboga, attraversando grandi vasche e marmitte scavate dalla corrente. Man mano che si procede nel percorso, le pareti della forra si fanno sempre più verticali. Suggestivo è il panorama che si gode arrivati in cima ad una cascata di circa 12 metri da discendere con la corda.

10. Abruzzo. Forra di Fossaceca

Forra di Fossaceca. Foto di Vincenza Bizzoni

Una forra impegnativa, non adatta a tutti, e affrontabile senza una guida solo da torrentisti esperti. Nota anche come “vena rossa” per via delle stratificazioni di selce rossa presenti lungo molti tratti della gola, la Forra di Fossaceca si sviluppa sotto al Monte Prena, una delle 28 cime del Gran Sasso. Uno degli accessi è poco distante da Pretara, una frazione del Comune di Isola del Gran Sasso d’Italia (TE). Dal punto di vista tecnico e naturalistico rappresenta una delle forre più entusiasmanti del Centro Italia. Ha un deciso sviluppo verticale e presenta una serie di 22 cascate, di cui la più alta misura 30 m. Alcune sono in rapida successione, molte vanno affrontate necessariamente calandosi sotto il getto dell’acqua. L’ambiente circostante è decisamente wild.

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Canyoning, cos’è e dove si pratica

canyoning

Hai visto sui social delle foto di tuoi amici che sguazzavano allegri dentro a dei freschi torrenti, mentre tu eri in in città vittima della calure estiva?
Probabilmente i tuoi amici si sono fatti furbi e stavano praticando il canyoning.

Se la cosa ti ha incuriosito e ti è venuta voglia di provare, questa guida fa al caso tuo.

Cos’è il canyoning

Il canyoning, o torrentismo, è una attività che unisce sport acquatico e sport di montagna. Consiste infatti nella discesa di torrenti che scorrono attraverso canali rocciosi, senza utilizzo di mezzi quali canoe, kayak o gommoni. In sintesi, si procede a piedi, con l’ausilio di corde per calarsi nei tratti verticali dei canali, o per l’attraversamento di punti particolarmente esposti, dove il rischio di caduta aumenta.

I canali rocciosi che caratterizzano un percorso di canyoning si definiscono forre, gole, fossidi o orridi. Scavati e levigati dall’azione erosiva dell’acqua, possono presentare crescenti livelli di difficoltà, tale che, accanto alla muta da sub, sia necessaria una conoscenza delle tecniche alpinistiche.

Da tenere a mente, prima di sperimentare il torrentismo, è che il tragitto prescelto non potrà mai essere ripercorso a ritroso. Regola numero uno del canyoning è dunque guardare sempre avanti. Già di per sé un punto di partenza metaforica che rende tale sport meritevole di essere testato almeno una volta nella vita.

Uno sport per certo divertente, soprattutto se praticato a livelli medi o bassi. Naturalmente salendo di difficoltà si passa dal puro divertimento alla sfida. In ogni caso non è da considerarsi una attività estrema. Oggi il canyoning è praticato in tutta Europa (in particolare Francia, Spagna, Italia, Austria e Grecia), in molti paesi dell’Est Europeo, negli USA, Messico, Brasile, Australia, Nepal e Sudafrica

Perché il canyoning si chiama così

Il termine canyoning, con cui comunemente e in maniera abbastanza universale viene appellato il torrentismo, deriva dall’inglese “canyon”. In alcune lingue vengono utilizzati termini alternativi, che mantengono la medesima radice, come per il turco kanyoning o il francese canyonisme. Esempi di sinonimi che si discostano fonicamente sono rappresentati invece dal termine spagnolo  barranquismo, dal norvegese juving, dall’estone kanjonites, dal finlandese melonta

Origini della disciplina

A discapito di quanto si potrebbe pensare, il canyoning non nasce in terre inglesi, né in America. Bensì nel Verdon, in Francia. Precursore del torrentismo è difatti considerato lo speleologo Alfred Martel, che agli inizi del Novecento si cimentò nelle prime esplorazioni, con finalità scientifica, nelle profonde Gole del Verdon. Le terre di origine e prima diffusione del canyoning possono essere identificate nei Pirenei e nelle Alpi Marittime. Solo negli anni Ottanta la disciplina inizia ad acquisire una valenza più prettamente sportiva, in Francia, Spagna e Italia. Fino agli anni Novanta, nel nostro Paese il canyoning continua ad essere appannaggio dei soli speleologi. Negli anni Novanta iniziano ad avvicinarsi al torrentismo anche apassionati di alpinismo, canoa di discesa e altri sport più prettamente di montagna. Nel 1998 nasce l’Associazione Italiana Canyoning (AIC), cui va il merito di aver portato all’espansione della pratica del torrentismo su tutto il territorio nazionale, mediante una grande opera di divulgazione condotta negli anni con il supporto anche del CAI e altre associazioni quali la Lega Nazionale Montagna UISP. Un boom si è verificato in particolare a partire dal 2010. Oggi l’Italia conta oltre 3000 praticanti assidui

canyoning forra del casco calata in corda
canyoning forra del casco calata in corda

Sport estremo? No, ma attenzione ai rischi!

Il canyoning non è da considerarsi uno sport estremo, ma è bene conoscere i rischi che si corrono soprattutto nella pratica individuale dell’attività o senza l’accompagnamento di guide esperte. Condizione che sconsigliamo. L’ambiente delle forre è di per sé poco ospitale e lo può diventare in maniera estrema in caso di meteo avverso.

Una piena improvvisa di un torrente causata dalla pioggia è per certo il pericolo maggiore da cui tenersi lontani, facendo attenzione alle previsioni meteorologiche. Inoltre è bene prepararsi ad abbassamenti repentini della temperatura, in quanto l’acqua dei torrenti risulta freddina anche d’estate.

Con attrezzatura e preparazione adeguata i pericoli su roccia sono invece da considerarsi minimi. Situazioni di pericolo soggettivo possono essere rappresentate da attacchi di panico in fase di calata con corda, o condizioni di spossatezza che possono diventare problematiche per l’intero gruppo, causando rallentamenti anche prolungati dell’avanzamento, con rischio di essere ancora in forra sul calare della sera. È dunque bene informarsi per tempo delle caratteristiche del luogo in cui ci si recherà in escursione, per arrivare preparati e sicuri di potercela fare.

Il canyoning non è estremo ma può diventarlo, per scelta. È il caso del torrentismo invernale o del deap canyoning, inventato dall’olandese Warren Verbroom. Una attività che consiste nel tuffarsi in laghetti e pozze d’acqua da altezze proibitive, per poi risalire tratti di parete rocciosa arrampicando senza corda. Del canyoning classico resta ben poco.

Avvicinarsi al torrentismo

Concluso che, se affrontato con la testa sulle spalle, il torrentismo risulti quasi privo di pericoli, vediamo come avvicinarsi da neofiti a tale disciplina. Punto di partenza è che, in linea generale, il canyoning inteso come attività ricreativa e saltuaria possa essere svolto in linea di massima da chiunque. Importante è non iniziare in autonomia ma affidandosi ad associazioni e guide.

Il torrentismo amatoriale e ricreativo viene svolto generalmente in forre di bassa o media difficoltà, dove non si rende neanche necessario il saper nuotare.

Bisogna però essere certi di:

  • non avere paura dell’acqua (immergersi in pozze profonde più di 1,5 metri)
  • non soffrire di vertigini (altezze superiori ai 2 m)
  • essere in grado di sostenere un trekking di avvicinamento di almeno 4 ore consecutive.

In termini di età, il range dei canyonisti è ampio, in media dai 10 ai 65 anni. 

Attrezzatura necessaria

Come anticipato, il canyoning riunisce sport acquatici e di montagna. Nello specifico 4 discipline sportive che concorrono a comporre il mix di attrezzatura necessario per divertirsi nella maniera corretta: speleologia, alpinismo, free climbing e subacquea.

Accanto alla muta completa in neoprene di 5 mm, serviranno calzari in neoprene, un caschetto da alpinista o speleologo e un paio di guanti. Necessario poi un imbrago cosciale con moschettoni, e infine delle corde. Nello specifico quando si parla di corde si intende statiche, con diametro di 9 o 10,5 mm. Prive dunque di elasticità o quasi, utili per calarsi su tratti verticali evitando di oscillare troppo durante le manovre di discesa.

Per la progressione in forra, a seconda dell’itinerario si consiglia l’uso di scarpe da trekking o scarpe da ginnastica con suola in gomma, anche se esistono sul mercato calzature specifiche per il torrentismo. Fanno inoltre parte dell’equipaggiamento anche giubbotto salvagente e zaino a tenuta stagna. Piccoli dispositivi che è bene mettere in sacca sono rappresentati dal fischietto per segnalare a distanza la propria presenza e una lampada frontale con pile cariche.

Quando praticare il canyoning

In genere il periodo migliore per praticare torrentismo va da fine marzo a metà ottobre. Una stagionalità che varia da regione a regione, sulla base di fattori climatici e meteorologici che rendono le forre differentemente praticabili. I due parametri essenziali da considerare per definire il momento migliore per dilettarsi con il canyoning in una determinata area sono la temperatura (aria e acqua) e la portata dei torrenti, che naturalmente sale nei mesi a maggiore piovosità.

Dove praticare canyoning in Italia

In Italia l’attività si svolge in forre alpine e appenniniche. I luoghi più interessanti si trovano in regioni quali Piemonte, Lombardia, Sardegna ed Abruzzo. Scopriamo insieme i dieci canyon più belli d’Italia.