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Visitare lo Yosemite National Park: Tour virtuale

Yosemite National Park

Anche lo Yosemite National Park, emblema dell’arrampicata americana e sogno dei Trekker, è chiuso per Covid-19. Niente turisti ed arrampicatori nel parco. Come fare per non rinunciare a visitarlo? E’ possibile esplorarlo grazie ad un Virtual Reality tour (gratuito e da casa). Ai Climbers, invece, non rimane che attendere e celebrare (a distanza) le sue mitiche pareti come: El Capitan, il più grande monolito di granito degli Stati Uniti, ed Half Dome, altra vetta simbolo della Yosemite Valley. Riponete imbrago e scarpette, dedicatevi a letture, film e ciò che la tecnologia ci offre: la visione virtuale dettagliata di El Cap e delle sue vie.

Yosemite National Park: quando visitarlo? molti se lo chiedono. Queste riprese del parco, nell’arco di 10 mesi, sono la testimonianza di come non vi sia una vera e propria stagione da preferire: gli scenari sono sempre mozzafiato.

Yosemite National Park

Il parco, sito patrimonio dell’umanità, accoglie ogni anno 4 milioni di visitatori (principalmente da Maggio ad Ottobre).

Cosa attrae così tanti visitatori? Sicuramente la maestosa natura, tra cui: le Yosemite Falls (con la più alta cascata del Nordamerica, 729m), le imponenti pareti granitiche (salvaschermo di molti Mac) e la Mariposa Grove, bosco di sequoie giganti ( tra i più grandi alberi del mondo). Il parco nordamericano è celebre non solo per le sue bellezze naturali, ed i curiosi fenomeni naturali (come la Horsetail Fall, la cascata di fuoco, che tutti vogliono fotografare) ma anche per le storiche imprese di famosi climbers.

Le riprese del fenomeno della “cascata di fuoco”, Horsetail Falls Firefall, spettacolo naturale che avviene di solito a Febbraio. La cascata di fuoco attira tanti curiosi e visitatori, tant’è che vi sono fotografi, come Aaron Meyer, che hanno creato un blog in cui riportano i migliori orari e periodi per osservarla (con ulteriori consigli sui punti da cui cogliere le migliori sfumature di luce).

Il parco nazionale dello Yosemite, che si estende tra le montagne della Sierra Nevada, in California, è tornato ad essere visitato solamente dai suoi abitanti originari (sequoie giganti, orsi etc…); è infatti chiuso (dal 20 marzo 2020) sino a data da destinarsi , come riportato sul sito ufficiale dello Yosemite National Park , causa Covid-19.

Poche volte era accaduto: nel 1997 per un’alluvione, nel 2014 a causa di un incendio e nel 2018 per inondazioni. Oggi niente più turisti, tende ed accampamenti nel mitico camp 4, mecca dagli anni Settanta di hippie e dei pionieri del free climbing.  

Come fare per visitare il parco anche in periodo Covid-19?!

Yosemite Valley

Visitare lo Yosemite National Park virtualmente

Se avevate in programma di andare nello Yosemite, magari quest’estate, sapete bene come sia difficile programmare una visita ed ottenere i biglietti d’ingresso dello Yosemite. Può anche essere che crediate rimanga uno dei vostri sogni nel cassetto, o che comunque non riusciate ad aprirlo a breve. Sia in un caso, sia in un altro, perché non visitarlo in un tour in realtà virtuale?

Esatto, proprio così, un giro virtuale, a portata di click, tra le sue mitiche pareti, sequoie, cascate e visita al camp 4. Certo, non sarà come essere realmente lì, ma il fotografo Scott Highton (pioniere della fotografia VR) ha creato davvero un bel progetto per permettere un’esperienza simulata del parco.

Un ottimo strumento sia per pianificare i punti must to see (in previsione di reale visita) sia per rendere fruibile il parco, con un po’ di immaginazione, a chi non potrà accedervi fisicamente.

Grazie al Virtual Yosemite, potrete godervi viste panoramiche a 360° in alta risoluzione, con tanto di suoni ambientali (da sentire il cinguettio e la cascata), di 200 punti del parco; spot corredati da descrizione ed informazioni generiche (piante ed animali, parcheggi, trasporti, camping, ristoranti..). Un ottimo strumento quindi sia per pianificare i punti must to see (in previsione di reale visita) sia per rendere fruibile il parco, con un po’ di immaginazione, a chi non potrà accedervi fisicamente.

Pronti a farvi ospitare dalle sequoie?! Aumentate la luminosità del pc, l’audio e mettetevi comodi sul divano, si parte! Ecco il vostro pass per il Virtual Yosemite tour: cliccando qui. (Leggendo qui di seguito trovate anche una mini guida su come utilizzare questo strumento-sito virtuale.)

https://www.instagram.com/p/BxBylHupyKg/?utm_source=ig_embed

Come usare il tour virtuale

Tramite una mappa interattiva con “target” rossi (i diversi punti panoramici visibili virtualmente) potrete scegliere la vostra visita personale. Scelta agevolata dall’indice dei panorami divisi per aree (con descrizioni ed highlights specifici), tra cui ricordiamo:

Se non sceglierete voi i panorami da visitare, il Virtual Yosemite tour cambierà “random” da un panorama all’altro, ogni due minuti di inattività dell’utente; per attivare o disattivare questa funzionalità di “looking around” cliccate sul comando “Auto Rotate”. Sebbene il sito sia fruibile anche da Android ed IOS, è consigliata la navigazione tramite pc (con Chrome o Safari) data l’alta risoluzione delle immagini e natura dell’esperienza.

Cosa fare in un giorno nello Yosemite

E, per terminare la visita virtuale (dopo aver visto le cose da non perdere del parco), ecco una possibile “giornata tipo” :
le attività (trekking, passeggiate a cavallo, ferrate, deltaplano..), i professionisti al lavoro, i visitatori, i pittori, la natura

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Sci alpinismo in Marocco

Sci-alpinismo-in-Marocco

Una folla circonda la nostra macchina, molti indossano un giubetto catarinfrangente ed hanno dei piccoli biglietti in mano. Una sbarra chiude la strada che porta ad Oukaïmeden.

“Ticket, Ticket! Parking Ticket!” Non ce la beviamo, li salutiamo sogghignando e procediamo per la nostra strada. Dopo 3 giorni passati a Marrakech siamo ben preparati dal diffidare di ogni richiesta di pagamento.

Ci troviamo ad Oukaïmeden quasi per caso. Una meta decisa all’ultimo secondo grazie alla scrupolosa ricerca di foto pubblicate su Instagram. Data la scarsa quantità di neve caduta quest’anno, e la difficoltà nel reperire le giuste informazioni, siamo costretti a pianificare il nostro itinerario giorno per giorno. Mi accompagna Roberto, amico e maestro di sci de L’Aquila,  Caterina (uno dei fondatori di adventuredreamers.com) ed Hilke, la nostra simpatica amica tedesca. Quest’anno (nel 2019 siamo stati in Albania con altri clienti), il programma prevedeva di sciare prima a Tacheddirt, sul Likemte, per poi proseguire nella valle del Toubkal (4.167m), la montagna più alta del Nord Africa.

Arriviamo agli impianti di Oukaïmeden, uno dei due comprensori sciistici presenti in Marocco (l’altro, Ifrane, si trova più a Nord-Est).

Il comprensorio si trova a 70km da Marrakech, e con una quota di circa 2610m è la stazione sciistica più alta d’Africa. Ci sono 7 impianti di risalita, tra cui una seggiovia biposto che arriva proprio sulla cima dell’Oukaimdan a 3200m. Terra berbera, Oukaïmeden vede i primi turisti negli anni ‘’30, quando il Club Alpino Francese costruì il primo rifugio. Non esistono vere e proprie piste e nemmeno gatti delle nevi. Dalla cima ci sono molte discese che difficilmente si trovano tracciate e, grazie agli impianti che raggiungono quote elevate, è possibile fare freeride su un metro di neve, in Africa! (La maggior parte degli sciatori europei sceglie come meta direttamente la valle del Toubkal, dove è obbligatorio l’utilizzo delle pelli, ed è richiesta una logistica di viaggio più complessa). Gli arcaici impianti di risalita provengono dalla Francia e dall’Italia degli anni 80, sebbene la seggiovia biposto che porta in cima sia più recente. Immaginate quindi di prendere una macchina del tempo e venire catapultati nel passato. Anche gli sci dei “noleggi”, esposti come in un mercato della medina, sono della stessa decade: Rossignol, Dynastar e Blizzard, lunghissimi, fini e molto rigidi. Questi noleggi non sono come noi li concepiamo. Alcuni berberi posseggono decine di paia di sci e li noleggiano per 100 MAD al giorno. La mia generazione non ha nemmeno mai visto molti di quei pezzi; Roberto invece rimane esterrefatto da questo “pas en vogue”.

Nel piazzale della seggiovia, dove la strada carreggiabile si interrompe, incontriamo altri parcheggiatori. Troviamo anche bancarelle di spezie, barrette energetiche, lampade e pietre “preziose” (geodi). Accostiamo ed il nostro passeggero scende. Un bambino di circa 14 anni a cui abbiamo dato un passaggio lungo la strada. Non va a scuola, non parla Inglese e poco Francese. Le sue guance sono bruciate dal sole e la sua abbronzatura maschera la cicatrice di un’operazione; forse per labbro leporino. E’ simpatico e sorride quando cerco di capire chi è e cosa fa nella vita. Salutandoci ci lascia un ramoscello di salvia come riconoscimento e si mescola nel gruppo. Tra la folla c’è un uomo con una giacca rossa, sembra sulla sessantina, ed indossa un paio di occhiali neri da sci. Ci ispira fiducia e ci dirigiamo verso di lui. Si chiama Homarr ed è un maestro di sci marocchino.

Non abbiamo trovato molte informazioni a riguardo ma esiste un titolo da maestro di sci in Marocco, come quello da guida (la maggior parte delle guide lavora nella valle del Toubkal). Non bisogna pensare a queste figure in rapporto a quelle europee, siamo pur sempre in un continente in cui la cultura degli sport invernali è residuale se paragonata ad altri contesti. Molti berberi di Oukaïmeden hanno imparato a sciare in totale autonomia. Con l’aiuto delle aziende europee hanno rinnovato la loro attrezzatura (semplici assi di legno) e gli impianti di risalita hanno sostituito i muli per raggiungere la cima delle montagne (servizio ancora in uso oggi, con poca neve, al prezzo di 100 MAD per mulo). Queste adesso sono le stesse persone che insegnano ai marocchini la pratica dello sci.

Chiediamo per un posto molto economico dove dormire e, dopo qualche trattativa, ci dirigiamo verso quella che sarà la nostra nuova dimora per i prossimi 4 giorni. Homarr ci fa strada. Riprendiamo la macchina non curandoci dei parcheggiatori e passando sotto la seggiovia. Di solito non è permesso continuare in auto. Ci sentiamo dei privilegiati per questo, quasi dei local. Guidiamo addirittura sopra la rampa dove gli sciatori si fermano per aspettare i sedili della seggiovia, chiedendoci come sia possibile partire senza neve e non rovinare la soletta. Penso alle scintille degli sci di JP Auclair in ALL. I.CAN. Per nostra fortuna la seggiovia è spenta (viene messa in funzione con un minimo di quattro persone e 100 MAD a testa al giorno).

C’è puzza di sterco, la porta in lamiera è chiusa con un grosso lucchetto. La vista è magnifica e la zona è isolata rispetto al villaggio turistico di Oukaïmeden. La cosa più bella? Il pensiero di vivere i prossimi giorni a contatto con la popolazione locale, i berberi. Dormendo nei loro letti, fatti in tavole di legno, ed assaporando la loro cucina, poco varia ma cosi deliziosa e genuina che compreremo due Tajine da portare in Italia.

Potrei descrivere questo posto come una specie di alpeggio. Gli abitanti sono pastori, maestri di sci, noleggiatori di slittini o di muli. Oppure tutte e quattro le cose insieme.

Ma non credo che alpeggio possa rendere veramente l’idea del posto, nonostante sia un abitazione temporanea e gli abitanti vi passino solo parte della loro vita. Queste costruzioni venivano, e vengono ancora, usate per portare le capre e le pecore al pascolo. Per arrivarci i berberi impiegano circa 2 ore a piedi da Tacchedirt o Tamatert (dove abita la famiglia di Homarr) oppure mezz’ora in sella ad un mulo. La parola corretta per descriverle è “maison de moutons” (casa delle pecore). La dimora dei Berberi di montagna: stalle di pietra e fango con letti su tavole di legno ed una montagna di coperte impolverate per ripararsi dal freddo e dall’elevata escursione termica. Sono dotate di bagno esterno (una fossa con una turca), zero elettricità ed acqua corrente che sgorga da una fontana ad una trentina di metri dall’entrata. E’ perfetta! Battiamo le coperte in una nuvola di polvere, sistemiamo le sacche sci e ci sediamo sulla nostra panchina speciale, per metà marcata Rossignol e per metà Blizzard, osservando le montagne che ci circondano con in mano una tazza di té alla menta.

Il tè marocchino o, più comunemente, in darija ataylatay o tay, è un tè prodotto grazie all’infuso di acqua bollente su foglie di tè verde e menta, accompagnato da molto zucchero. Troppo zucchero. Siete mai stati a cavallo? Avete presente le zollette di zucchero che mangiano i cavalli? Quelle a forma di parallelepipedo. Bene! Il vero berbero ne usa più di un pugno per una porzione da due. La teiera viene prima riscaldata. In seguito viene aggiunto il tè che viene pulito, prima di essere versato, mettendo una piccola quantità di acqua bollente che viene scartata dopo un minuto circa. Dopodiché si mette zucchero e menta, riempiendo la teiera di acqua bollente, che viene messa sul fuoco per due o tre minuti ancora. Le teiere sono molto belle e di forma veramente originale. Colpisce molto il modo in cui il tè viene versato. Sembra quasi una gara a chi riesce a centrare il bicchiere da più in alto possibile.

Sono ormai le 6 di sera ed il sole comincia a scendere tra le montagne. Homarr è impegnato nel preparare la nostra cena a base di Cous Cous e Tajine e noi ne approfittiamo per osservare ogni suo gesto, apprezzando quella che scopriremo essere una vera e propria arte.

La Tajine (di pollo o vegetariana), il cous cous, l’omelette ed il pane fatto a legna fanno parte della dieta berbera. Il Cous Cous invece ha una qualità completamente differente da quella che possiamo trovare in Europa ed a Marrakech. Come diversa è la modalità di cottura, molto più lenta.

La Tajine è un piatto con un coperchio, anch’esso in ceramica, a forma conoidale. Viene messo direttamente sulla brace o sul fornellino a gas. Prima vengono messe le cipolle con acqua ed un poco di olio, poi viene aggiunto il pollo e le verdure, sistemate in ordine di cottura. La cottura è di circa una o due ore, dipende dalle verdure, e nel mentre si aggiunge Ras el Hanout e paprika. Il Ras el Hanout è una miscela di trenta spezie di diversa varietà, in base agli utilizzi. Possiamo trovare al suo interno coriandolo, alloro, cumino, cardamomo, pepe nero, anice, aglio, chiodi di garofano, noce moscata, petali di rosa e fiori di lavanda.

Il cous cous viene setacciato più volte e poi cotto al vapore per circa mezz’ora. Poi viene di nuovo setacciato aggiungendo sale ed olio, e fatto cuocere per un’altra mezz’ora. Alla fine, sul piatto, vengono aggiunte le verdure.

Tutti gli attrezzi di cui Homarr dispone sono: un fornellino a gas, una tanjia, una pentola ed uno scolapasta usato per cuocere il cous cous. Questo viene messo sopra la pentola con dentro le verdure. Per sigillare bene il tutto Homarr usa una pellicola di plastica tra il bordo della pentola e la base dello scolapasta. L’oggetto che nella stanza buia attira di più la mia attenzione è una lampada a gas. La fiamma avvolge una retina in metallo, rendendola rosso incandescente. La luce che crea nella piccola stanza è surreale.

Dopo un ottima cena ci godiamo la notte stellata per qualche minuto per poi chiuderci dentro i nostri sacchi. Siamo al calduccio ed un po feriti nell’orgoglio pensando alle poche coperte che Homarr utilizza per dormire. Utilizzo un sacco -3 confort. I berberi di questa zona sono veri uomini di montagna, con il viso cotto dal sole e le mani gonfie dal lavoro. Homarr ha 40 anni. Ne dimostra 60.

L’alba è alle 8 di mattina, mentre il sole ad Oukaïmeden fa capolino intorno alle 9. I muli ci aspettano. Carichiamo tutti i nostri sci e partiamo per una valle che dista circa mezz’ora di marcia in mulo.

Il contrasto è totale! Una linea separa il Nord dal Sud, il bianco dal marrone e dal rosso.Le condizioni dell’inverno 2019/20 non sono delle migliori in Marocco, come per il centro Italia. A Febbraio è possibile trovare anche un metro di neve, ma non questa volta. La sfortuna ci perseguita! Saremo costretti a riorganizzare tutti i nostri piani per godere a pieno di queste montagne, anche in assenza della nostra dama bianca.

La neve è molto strana. E’ completamente asciutta. Nonostante le temperature di 18 gradi non molla mai troppo. Sui pendii che rimangono più tempo in ombra c’è ancora un po di fondo (il sole è molto alto in Marocco e, prima o poi, raggiunge anche i pendii ripidi esposti a nord). Forse riusciremo a sciare. E’ tutta una questione di angolazione. Più il sole colpisce perpendicolarmente il terreno e più è efficace la sua azione. Qualcuno di voi potrà affermare: “grazie al c…”. Avete ragione! Ma qui questo fenomeno è accentuato all’ennesima potenza e ci regala linee e colori unici al mondo. Tutto questo ci fa sognare. Purtroppo dove c’è neve ci sono anche troppi sassi per entrare in curva, quindi sciamo leggeri, troppo intimoriti per lasciarci andare veramente.

Passiamo le nostre giornate esplorando la zona, che offre un’infinità di gite; purtroppo per noi con poca neve. Alla fine riusciamo a trovare qualche informazione sulle condizioni a Tacheddirt e sul Toubkal (4167m).Dopo un lungo dibattito interiore accettiamo l’evidenza. Non si potrà più sciare.

Mi sono da poco trasferito a L’Aquila, da Ottobre 2019. Nonostante sono anni che frequento il Gran Sasso, i progetti e le aspettative erano, e sono, ancora tanti. C’è molto da esplorare con gli sci ai piedi. Prima di partire per il Marocco non erano però arrivate perturbazioni importanti. Provate quindi ad immaginare la mia situazione. Questo viaggio rappresentava uno sfogo per una stagione invernale mai arrivata. -“Siete pur sempre in Africa”- starete pensando. Ma le informazioni reperite negli anni passati ci dimostravano tantissima neve, proprio a Febbraio.

Dopo aver visitato la valle del Toubkal a piedi, aver dormito in rifugio e raggiunto la cima a 4167m siamo riusciti ad aprire gli occhi. Le montagne in questo periodo sono bellissime. La poca quantità di neve crea dei contrasti impossibili da trovare in condizioni diverse e queste cime, cosi imponenti, ricordano un paesaggio Nepalese. La grossa differenza si trova in cima, dove l’orizzonte rosso si fa deserto.

Lo sci è solo un mezzo per viaggiare! Ciò che realmente ci arricchisce sono le esperienze vissute a contatto con gli amici, le persone e le culture. La curva, la linea e la soffice powder ci offrono sensazioni fugaci di benessere ed adrenalina, che non ci lasciano nulla di nuovo. Non possiamo fare a meno di queste emozioni ma, per completarle, dobbiamo allargare il nostro sguardo a tutto ciò che le circonda.

Spezzone delle riprese dai noi effettuate durante il nostro viaggio di sci in Marocco (Febbraio 2020).
Questo video è un estratto del TG #SCOTTnews di SCOTT ITALIA.

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Capanna Margherita – Il rifugio più alto d’Europa

La Capanna Margherita (4554 m. slm) è una delle mete più ambite per chi inizia a fare alpinismo. Oltre allo scenario fantastico del gruppo del Monte Rosa, c’è la soddisfazione di poter dormire nel rifugio più alto d’Europa.

Quindi, se sei passato dalle scarpe da trekking alle uscite con piccozza e ramponi, questo articolo ti darà una mano a capire come raggiungere la Capanna Margherita e come trovare una Guida Alpina che, in gruppo o da soli, ci aiuti a compiere la nostra piccola impresa.

Per facilitarti la lettura ecco un piccolo sommario che ti aiuterà a navigare tra i vari argomenti.

Sommario

  1. La Capanna Margherita. Un po’ di storia.
  2. Come raggiungerla
  3. Come prenotare e quanto costa
  4. Affidarsi a una Guida Alpina

La Capanna Margherita. Un po’ di Storia

La Capanna Osservatorio Regina Margherita è situata sulla punta Gnifetti (4554 m.) del massiccio del Monte Rosa.
La costruzione fu decisa dall’assemblea dei soci del CAI di Torino nel 1889.

La struttura venne prima realizzata a valle e poi tutti i materiali vennero portati a dorso di mulo e a spalla fino al luogo di costruzione.

L’inaugurazione avvenne il 18 Agosto 1893 con la presenza della Regina Margherita di Savoia, amante della montagna e assidua frequentatrice della Valle di Gressoney.

Il Capanno così costruito venne da subito utilizzato sia come rifugio di alta montagna che come laboratorio per ricerche sulla medicina di alta quota.

Nel 1979 venne demolita la struttura originale e venne rimpiazzata con quella attuale, che venne completata nel 1980. 
Attualmente la struttura ha 70 posti letto è dotata di corrente elettrica, sala bar/ristorante e ospita una piccola biblioteca, una stazione meteorologica e dal 2007 è dotata di collegamento wifi.

E’ di importanza strategica come punto di riferimento per le operazioni del Soccorso Alpino e dal 2002 ha ottenuto la Certificazione UNI EN ISO 14001 che certifica le strutture a minimo impatto ambientale.

Capanna Margherita innevata in una foto di Andrea Azzolini

Come raggiungere la Capanna Margherita

Ci sono vari modi per raggiungere la Capanna Margherita, tutti di stampo alpinistico.
Anche se i primi due itinerari nominati qui sotto sono caratterizzati da progressione su ghiacciaio con piccozza e ramponi, invitiamo a non sottovalutarne il grado di rischio della salita, vista la presenza di crepacci, e di affidarsi sempre a una Guida Alpina, affrontando gli itinerari con un equipaggiamento completo ed adatto all’ambiente.

  • Dal Rifugio Capanna G. Gnifetti (3647 m.) o dal Rifugio città di Mantova (3498 m.), attraversando il ghiacciaio del Lys in circa 5 ore di cammino su ghiacciaio e un dislivello di circa 1000 metri.
    I rifugi Gnifetti e Mantova sono raggiungibili da Alagna Valsesia o Gressoney tramite impianti di risalita.
  • Dalla Monte Rosa Hutte (2883 m.) attraverso il ghiacciaio del Grenz in circa 5 ore di cammino su ghiacciaio e un dislivello di circa 1700 metri.
  • Dal Bivacco Resegotti attraverso la Cresta Signal tramite un itinerario alpinistico di notevole difficoltà.

Come prenotare e quanto costa

Il rifugio Capanna Margherita è aperto nei mesi estivi, di solito da fine Giugno a inizio Settembre ed è prenotabile online tramite il sito www.rifugimonterosa.it.


Nella stagione 2019 (anno di stesura di questo articolo) il costo della mezza pensione è di 100€ e comprende: cena con due primi, secondo, contorno e dessert, pernottamento, colazione a buffet, wifi , tè per thermos, tassa di soggiorno e sacco lenzuolo monouso.
La formula B&B viene 70€ e comprende pernottamento, colazione a buffet, tè per thermos, tassa di soggiorno, wifi e sacco lenzuolo monouso.

Affidarsi a una guida Alpina

Come già detto in precedenza gli itinerari più “semplici” per raggiungere la Capanna Margherita prevedono la progressione in conserva su ghiacciaio, ma guai a sottovalutarne la difficoltà!
Il Monte Rosa offre scenari spettacolari e salire immersi nello spettacolo che può offrire un ghiacciaio è una soddisfazione senza pari, ma i ghiacciai nascondo sempre l’insidia dei crepacci e i vari incidenti che ogni anno si verificano in zona sono la testimonianza che bisogna sempre attenersi ai massimi standard di sicurezza.

Per questo consigliamo di affidarsi sempre a una Guida Alpina e mai all’ “amico esperto che già c’è stato”.
Le Guide Alpine sono professionisti che oltre a conoscere tutte le tecniche alpinistiche, passano tutto l’anno “in ambiente” e sono al corrente della situazione meteorologica presente e passata che può aver determinato un particolare cambiamento dello stato del ghiacciaio o del manto nevoso sovrastante, sono al corrente dello stato dei ponti di neve e delle peculiarità in continua evoluzione dell’ambiente che attraverseremo.

Una Guida Alpina potrà accompagnare dalle 2 alle 4 persone.
Se ti sei deciso e vuoi provare questa avventura, puoi cercare di formare un gruppo o inserirti in un gruppo già formato. Questo può essere un buon modo per risparmiare un po’ visto che una Guida Alpina costa intorno alle 350€ giornaliere più spese di vitto e alloggio che sono da dividersi tra i clienti.